Il presidente di Confapi Maurizio Casasco striglia l'ex candidato sindaco di Milano: «Nella sua convention molte idee ovvie, ma nessuna soluzione concreta per il rilancio del tessuto produttivo italiano. Più che dare energia al Paese, mi è sembrato un incontro decaffeinato»

Idee poche e non nuove, nessuna soluzione e facce vecchie. È questo, in sintesi, il bilancio che Maurizio Casasco, presidente di Confapi, una delle principali associazioni di Pmi in Italia fa della convention di Stefano Parisi «Megawatt. Energie per l’Italia. Idee per riaccendere il Paese», svoltasi gli scorsi 16 e 17 settembre a Milano, con l’intenzione di lanciare basi programmatiche per un centrodestra del futuro. Un commento tutt’altro che morbido, anticipato da un post dello stesso Casasco, che liquidava così l’appuntamento voluto dall’ex candidato sindaco di Milano: «Onestamente non trovo altra definizione che “l’ovvio che avanza“. Molto buon senso, molto già sentito, molte banalità, zero idee nuove». Ma oltre alle cose dette (e già risapute), ciò che colpisce il presidente di Confapi sono le cose non dette su temi cruciali come il rilancio delle piccole e medie imprese.

Casasco, partiamo da ciò che è mancato. Innanzitutto non c’era alcun rappresentante di Confapi in platea, né si sono visti molti volti legati al tessuto produttivo? Come mai?

«Ah, questo non lo deve chiedere a me. Posto che Parisi è libero di invitare chi vuole alla sua convention, vorrei ricordare che Confapi rappresenta oltre 83mila aziende, circa 900mila lavoratori ed è presente a tutti i tavoli ministeriali. E mi ha sorpreso che, oltre a noi, non siano state coinvolte molte altre realtà legate al mondo della Pmi e dell’agricoltura, sebbene Parisi abbia detto a più riprese di voler dare spazio ai corpi intermedi. Detto questo, non spetta a noi rincorrere le convention di questo o di quell’esponente, tanto più se non sono espressione né di un partito né di una realtà istituzionale…».

C’erano però volti già visti in platea. C’è il rischio che l’orizzonte di Parisi si chiuda al circolo confindustriale e a qualche esponete del vecchio mondo ciellino?

«Io dico solo che, se vuoi parlare al mondo produttivo italiano, devi incontrare sia il “padre” che il “figlio”, sia alle grandi che alle piccole aziende. Non puoi barricarti, con i soliti noti, in un mondo elitario e distante dal Paese».

A parte gli interlocutori, lei denuncia anche l’assenza di “temi cruciali” nel discorso di Parisi. A cosa si riferisce per esattezza?

«Nell’intervento di Parisi abbiamo sentito molte chiacchiere, parole già sentite: il taglio delle tasse, la riduzione della spesa pubblica e del debito pubblico, l’abbattimento del cuneo fiscale ecc… Ma non è stata presentata alcuna soluzione concreta per intervenire. E soprattutto non si è parlato di un argomento decisivo come le politiche a sostegno delle piccole e medie imprese. Un’omissione stupefacente in chi pure dichiara di essere di area liberale».

Quali sarebbero le azioni concrete da portare avanti, a suo giudizio?

«Innanzitutto, tenere conto dell’aspetto dimensionale delle imprese. L’imposizione fiscale, ad esempio, andrebbe parametrata, come già accade in Spagna, in Olanda o negli Usa, alla grandezza dell’azienda, cioè al numero dei suoi dipendenti e al suo profitto. Per questo noi proponiamo la progressività dell’Ires, a seconda delle dimensioni aziendali, così come l’adeguamento dell’Ace (l’agevolazione fiscale per gli investimenti straordinari nella propria impresa, ndr) con rendimento progressivo in base alle dimensioni dell’azienda. Altre proposte concrete sono l’introduzione del credito d’imposta per le aggregazioni aziendali e la rottura del tabù dei 15 dipendenti: bisogna portare quel limite da 15 a 30, in modo da eliminare le ganasce che comprimono la libertà di esercizio di un piccolo imprenditore (il problema dei licenziamenti, l’aumento dei contributi sociali ecc…) e da incoraggiare di conseguenza le assunzioni».

E di tutto questo non c’era traccia nella convention delle idee per il centrodestra…

«Macché. Se è per questo, non ho sentito dir nulla neppure su come rilanciare la domanda interna, ad esempio detassando gli aumenti contrattuali; nessun passaggio sul Ttip, su come occorrerebbe intervenire sul testo e modificarlo, per evitare che vengano penalizzati i nostri prodotti e favoriti quelli americani, anche per diverse norme sulla sicurezza alimentare; nessun cenno su come incentivare i pagamenti alle Pmi sia da parte dello Stato che da parte delle grandi aziende, che continuano a trattare le piccole imprese come banche da cui attingere e a cui restituire i debiti con tempi lunghissimi. Insomma, per restare nella metafora dalla carica energetica, posso dire che quello di Parisi mi è sembrato un evento decaffeinato».

Vorrà dire che sul tema addirittura sembra più realista il governo Renzi?

«Va riconosciuto che l’esecutivo, soprattutto con il ministro Calenda, sta andando in una direzione positiva, sia in termini di abbassamento dell’Ires (nella prossima legge distabilità, è previsto il suo taglio dal 27,5 al 24%) sia in termini di superammortamenti per la digitalizzazione. Si dovrebbe fare infinitamente di più, ma in generale noi diciamo sì a qualsiasi forza politica o di governo che si interesserà in pratica delle Pmi, con proposte concrete. A me di aggregare i partiti, come dice Parisi, non frega niente. Preferisco qualcuno che trovi soluzioni per le aziende e il Paese».

Sa che di questi tempi “dire sì” può essere inteso in chiave referendaria…

«La parola Sì esiste da secoli nella lingua italiana. E se vuole, per fugare ogni equivoco, inizio a usare il termine Yes…».

 

FONTE: L'INTRAPRENDENTE

 

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